a proposito di CARLO SCARPA, della Biblioteca e Fondazione Querini Stampalia a Venezia








altro gioiello della città che, pur con una storia certamente meno drammatica, ha rischiato seriamente di scomparire nell’oblio, riuscendo alla fine a riemergere in tutta la sua raffinata bellezza. Stiamo parlando del Negozio Olivetti, il cui allestimento venne affidato negli anni ’50 all’architetto Carlo Scarpa. Negli anni ’70 il Negozio diventerà anche sede di piccole mostre d’arte d’alta qualità, come quella dedicata a Dino Buzzati. Il Negozio, situato sotto i portici delle Procuratie Vecchie in Piazza San Marco, verrà poi chiuso e abbandonato negli anni ’90. Dopo averne curato il restauro le Assicurazioni Generali, proprietarie del Negozio, ne hanno affidato la gestione al FAI (Fondo Ambiente Italiano) che lo riaprirà al pubblico a Febbraio 2011, restituendo così agli italiani un’icona del Novecento. Il Negozio diventerà “Museo di se stesso” e luogo di incontro, di informazioni e proposte culturali di alto livello.
da:scalpello.blogspot: carlo scarpa negozio olivetti venezia
da:Picasa Web Album - Antonio Manno
da:Riapre a Venezia il Negozio Olivetti di Carlo Scarpa | Venezia vive
da: Flickr: Album di superfici_di_architettura
da: Crossing.it • Leggi argomento - Carlo Scarpa Tomba Brion e altri capolavori
da: Scarpa at Kaboodle
da: Carlo Scarpa architetto veneziano
da: KRISTIN HARRIS - ARCH1390: Significant Architect - Carlo Scarpa
da: christian kerber
il portego:
Description:
La funzione di questo percorso in cemento rivestito in pietra è quella di irregimentare l’invasione del piano terra da parte dell’acqua della laguna in occasione del fenomeno dell’"acqua alta". La salvaguardia del piano terra da questo fenomeno viene realizzata da Scarpa intessendo con l’acqua un dialogo fatto di una forte articolazione altimetrica dell’intervento, di punti nei quali l’invasione dell’acqua è consentita, ma mediata da gradoni in pietra che ne misurano il livello, di altre zone nelle quali l’acqua viene convogliata in canalette perimetrali, fino appunto alla completa difesa della zona espositiva o alla completa invasione, a livelli diversi, della stanza a fianco del portego. Qui perimetralmente viene ribassato il pavimento in modo da lasciare in vista il basamento di alcune colonne e lasciare entrare l’acqua che in alcuni casi può arrivare a riempire anche alcuni solchi tracciati al centro del pavimento, fino ad allagare l’intero vano, sul quale si affaccia, come una sorta di pontile, il terminale del percorso a quota "asciutta". La strada percorsa dall’acqua nella sua invasione viene cioè disegnata, usata come mutevole materiale del progetto, così come gli effetti di luce e i riflessi che genera. La volontà di utilizzare l’acqua come elemento fondamentale del progetto di risistemazione della Fondazione è evidente dalla risposta di Scarpa alle richieste di Mazzariol riguardo la necessità di isolare il palazzo dall’alta marea: "dentro, dentro l’acqua alta; dentro come in tutta la città. Solo si tratta di contenerla, di governarla, di usarla come un materiale luminoso e riflettente: vedrai i giochi di luce sugli stucchi gialli e viola dei soffitti. Una meraviglia!" (riportato da Giorgio Busetto, Carlo Scarpa alla Querini Stampalia: ieri oggi domani; in Marta Mazza, a cura di, "Carlo Scarpa alla Querini Stampalia. Disegni inediti", Venezia, il Cardo editore, 1996, pp. 14-15). Ed effettivamente la luce riflessa dalla superficie dell’acqua si propaga con vibrazioni sul soffitto in stucco del percorso, soffitto che continua nell’aula Gino Luzzatto. Quest’aula, annunciata nel percorso da una iscrizione disegnata da Scarpa, viene ottenuta dall’antico portego del palazzo isolando uno spazio con due vetrate, una verso la porta d’acqua e una verso il giardino. In questo modo la caratteristica originaria di questo spazio, quella cioè di essere "passante", di collegare acqua e terra – canale e giardino – viene rispettata anche se portata a generare uno spazio completamente diverso. L’eco della vibrazione di acqua e luce viene ripresa dalle geometrie del pavimento della sala, in lastre di calcestruzzo lavato e corsi di pietra. Questo pavimento sale sulla parete formando un’alta zoccolatura oltre alla quale si trovano due fasce di travertino separate da una rotaia di ottone ad altezza dell’occhio, predisposta per le esposizioni temporanee. Scarpa ha predisposto per la sala un doppio sistema di illuminazione: fra le lastre di travertino sono collocate lampade verticali poste dietro a vetri acidati, che riprendono le fasce di pietra d’istria del pavimento. Per le esposizioni temporanee invece vi erano punti luce (attualmente questo sistema di illuminazione è stato sostituito da faretti orientabili). Sulla destra, attraverso una porta in travertino, si accede alla saletta originariamente riservata ai conferenzieri. Gli spazi descritti, e il percorso che li unisce, sono costellati di elementi preziosi, come l’involucro che accoglie i due termosifoni dell’aula, scultura in pietra d’istria decorata con bande in oro zecchino, ed il pannello del quadro elettrico nell’atrio, formato da due quadrati di ottone intersecati, o come le vasche in pietra, o la lampada posta a pavimento, senza tralasciare l’elaborato disegno dei cancelli delle porte d’acqua. Il fondo della sala è costituito da una vetrata di separazione dal giardino che ha struttura autonoma rispetto alle colonne presenti, distinguendo in questo modo non solo vecchio e nuovo, ma anche ciò che ha funzione strutturale da ciò che costituisce un diaframma. Esterno e interno si confondono, si compenetrano: l’acqua lambisce gli spazi interni, il portego prosegue all’esterno, nel giardino, creando una forte unità spaziale.
e del negozio Olivetti, in Piazza San Marco, porticato, 1957-8, restaurato (vedi revisione in aula L2/ design A, del 7 aprile 2011)
da: CASABELLA, EDITORIALE Carlo Scarpa, il negozio Olivetti: un capolavoro restituito, n. 797, gennaio 2011, p. 2 e succ.
Carlo Scarpa e Paulo Mendes da Rocha | CASABELLAweb anno 2°
http://casabellaweb.eu/2010/12/25/carlo-scarpa-mendes-da-rocha/
attico Beistegui, demolito, Parigi 1930-32, Le Corbusier, attico sugli Champs Elysées, per il conte Charles de Beistegui: due piani e un tetto-giardino: edificio-top è stato fornito di elettricità per le manovre spettacolari: porte automatiche, pareti scorrevoli, e alberi a scomparsa.
da: Natalia Aspesi, L'ultima follia di de Beistegui all' asta la Disneyland dei vip, in La Repubblica, 02 giugno 1999, pag. 27, L' ultima follia di de Beistegui all' asta la Disneyland dei vip - Repubblica.it » Ricerca - http://webcache.googleusercontent.com/search?q=cache:GVFg0O2Rq8wJ:ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1999/06/02/ultima-follia-di-de-beistegui-all.html+attico+beistegui+cecil&cd=1&hl=it&ct=clnk&gl=it&source=www.google.it
(...) "Aveva fatto epoca, ed è tuttora citato come massima stravaganza barocco-cubista, l'attico che si era fatto costruire nel 1929, sui tetti degli Champs Elysées da Le Corbusier, allora architetto di massima avanguardia. Restano solo le foto di questa fantasia surrealista ispirata a Dalì, tra cui la celebre stanza senza pareti, un terrazzo, però arredato in stile Luigi XV, con un tappeto di finta erba, troumeau, camino, poltrone, cristalli e mori veneziani. Di quella casa di cui si stancò in meno di dieci anni ci sono all' asta, tra l' altro, il moro finto Meissen ' 700, datato 1925, stima 1- 2 milioni. In Italia questo signore scorbutico divenne famoso quando, il 3 settembre 1951, diede un fantasmagorico ballo in maschera a Venezia, dove aveva acquistato Palazzo Labia, affrescato da Gian Domenico Tiepolo, oggi sede Rai."
da: MAXXI - Museo Nazionale delle Arti del XXI Secolo
da: AXXI - Museo Nazionale delle Arti del XXI Secolo
da: MAXXI - Museo Nazionale delle Arti del XXI Secolo 
14 aprile - 10 luglio 2011
a cura di Maristella Casciato, Domitilla Dardi, Ida van ZijlGalleria 1
Architetto, artigiano e falegname, progettista di interni e di mobili, ma anche docente, sapiente allestitore di mostre e progettista di spazi espositivi, anticipatore di molti sviluppi dell’architettura attuale e dell’idea contemporanea di democratic design, che sposa la qualità alla produzione di massa.
A Gerrit Rietveld (Utrecht 1888 - 1964) e al suo universo il MAXXI Architettura dedica la prima retrospettiva monografica in Italia, dal 14 aprile al 10 luglio 2011, coprodotta dal MAXXI con il Central Museum Utrecht e NAi Rotterdam.
La mostra - con oltre 100 opere di architettura e design per un totale di circa 400 pezzi tra disegni, foto, modelli - ripercorre a 360 gradi l’attività del maestro olandese: dai suoi rapporti con gli artisti del gruppo De Stijl (Theo van Doesburg, Bart van der Leck, Vilmos Huszár, J.J.P. Oud) e con i protagonisti dell’avanguardia modernista (Le Corbusier, Gropius, Mies van der Rohe,Frank Lloyd Wright) fino agli influssi sull’architettura e il design contemporanei (da Alessandro Mendini a Ettore Sottsass a Maarten Baas). Infine il rapporto di Rietveld con il XXI secolo, che irrompe dalle quattordici interviste ai progettisti contemporanei trasmesse in loop nello spazio di mostra (tra cui Gae Aulenti, Andrea Branzi, Vittorio Gregotti, Enzo Mari) e nelle loro opere esposte.
Il percorso espositivo è inoltre arricchito dall’installazione del Laboratorio Rietveld, a cura del Dipartimento Educazione del MAXXI: uno spazio esterno progettato dagli scandinavi Rintala Eggerstsson Architects - in perfetto spirito rietveldiano all’insegna dell’essenzialità - in cui i visitatori possono sperimentare la costruzione di alcuni mobili di Rietveld.
> Gerrit Thomas Rietveld: la biografia
1. Red and Blue G.Th Rietveld 1918, produzione Cassina 1973
2. Zig Zag, G.Th Rietveld 1934, produzione Cassina 1973
Utrecht Casa Schröder G.Th Rietveld 1924
Arnhem Padiglione Sonsbeek G.Th Rietveld 1955
UNIVERSO RIETVELD architettura arte design
a cura di Maristella Casciato, Domitilla Dardi, Ida van Zijl
14.04.2011 - 10.07.2011
SUPERSTUDIO/MAXXI Architettura. Nuove acquisizioni
a cura di Esmeralda Valente
14.04.2011 - 10.07.2011
Gruppo di architetti d’avanguardia (1966-1986) composto da Adolfo Natalini, Cristiano Toraldo di Francia, Roberto Magris, Gian Piero Frassinelli e Alessandro Magris, (con Alessandro Poli dal 1970 al 1972), è stato uno degli iniziatori della cosiddetta “Architettura Radicale” e successivamente si è impegnato in un tentativo di rifondazione antropologica dell’architettura.
Il lavoro critico del Superstudio si è svolto attraverso progetti teorici come “il Disegno Unico” “Istogrammi d’Architettura”, “Catalogo di Ville”, “Il Monumento Continuo, “Le Dodici Città Ideali” – racconti distopici - e la serie di films “gli Atti Fondamentali”: “Vita, educazione, cerimonia, amore, morte”. Tra le mostre: “Italy the new domestic landscape”, Museum of Modern Art, New York 1972, “Mindscapes, Sottsass & Superstudio” Walker Art Center, Minneapolis e altri sei musei americani, 1973, “Superstudio Fragmente aus einem personlichen Museum”, Graz, Wien, Innsbruck 1973, “Superstudio Metaphors and allegories” Israel Museum, Jerusalem 1982, “Superstudio 1966-82”, Firenze 1982, e inoltre diverse partecipazioni alle Biennali di Venezia, alle Triennali di Milano, alle maggiori mostre di design e a mostre sull’Architettura Radicale dal 1966 a oggi.
Opere del Superstudio fanno parte delle collezioni di musei come il Museum of Modern Art New York, Israel Museum Jerusalem, Deutsches Architekturmuseum Frankfurt am Main, FRAC Orleans, Centre Pompidou Paris. Nel 2001 è stato fondato a Firenze l’Archivio Superstudio per gestire mostre e pubblicazioni.
da: DOMUS, 12 aprile 2011
AuthorElena Sommariva

A New York com'è vista l'Italia del design?
L'Italia è sempre vista come Paese di creatività: cosa che noi siamo. Siamo l'unico Paese al mondo che senza risorse naturali, tira avanti grazie alla creatività. Purtroppo, nella classe politica di creatività non ce n'è. In che modo la classe dirigente si mette al livello di Lorenzo il Magnifico? O degli Sforza o del Duca di Mantova, che hanno fatto cose eccezional? Ricordo che i grandi del passato hanno sempre lasciato dei segni. I nostri governanti, dopo l'ultima Guerra, non hanno mai voluto lasciare niente. Non c'è più l'ambizione del fare per il nostro Paese.Il suo è un messaggio rivolto al pubblico del design?
No, perché il design, la moda, le auto e le macchine utensili hanno un prestigio straordinario nel mondo e sono quelle che tirano in avanti. In novembre ho scritto una lettera al Presidente della Repubblica e gli ho suggerito di fare il discorso di fine anno agli Italiani non dalla solita scrivania polverosa di stili passati e di un'Italia vecchia, ma andando in uno dei laboratori dove si fa il design, una delle eccellenze italiane. L'anno dopo lo avrebbe potuto fare in un laboratorio della moda e l'anno dopo ancora dove si costruisce l'eccellenza delle auto italiane a Modena… Lentamente, si sarebbe instaurata una logica per cui si riconosce chi fa qualcosa per il Paese, una logica che dà valore alle persone positive. Il presidente mi ha risposto che preferiva fare il discorso dal Quirinale perché è la casa di tutti gli Italiani. È come se chi sta al potere avesse perso il contatto con la realtà. Se avessimo dei politici giovani che conoscono la realtà del loro Paese, probabilmente le cose andrebbero meglio. Il design tocca la filosofia, la religione e la politica, perché è un sapere che tocca tutta la realtà. Ci vogliono idee nuove. Prendiamo per esempio il Ponte di Messina. Se ci limitiamo a fare un ponte diritto che va da una parte all'altra, perdiamo un'occasione. La cosa da fare è invece giocare la carta dell'innovazione. Potrei fare—per dire—un ponte a forma di esse, sostenuto da venti piloni enormi, che sono altrettanti showroom delle regioni italiane. Di sicuro sarebbero in molti ad andare in Sicilia a vedere questa meraviglia. Bisogna giocare la carta dell'innovazione, evitare le copie.